Chiarimenti applicativi del D.M. 13 ottobre 2016, n. 264

Con il D.M. del 13 ottobre 2016, n. 264 sono stati adottati «Criteri indicativi per agevolare la dimostrazione della sussistenza dei requisiti per la qualifica dei residui di produzione come sottoprodotti e non come rifiuti».

L’ardua disciplina del sottoprodotto da sempre rappresenta un “bordeline” gestionale con la disciplina dei rifiuti e per tale ragioni i produttori iniziali dello “scarto di produzione” tendono ad evitare una gestione volta alla valorizzazione, riconducendo lo scarto alla più onerosa disciplina del rifiuto.

Solo una questione giuridica o anche culturale?

La risposta come sempre la si trova nel bel mezzo di una normativa nazionale poco chiara e mal applicata; con la presente nota proviamo a dare una lettura della norma a chiarimento per i tanti produttori esistenti.

Il Decreto in oggetto è stato pensato dall’Amministrazione, in attuazione dell’art. 184-bis, comma 2, come strumento a disposizione di tutti i soggetti interessati (operatori, altre Amministrazioni, organi di controllo, etc.) per agevolare la dimostrazione della sussistenza dei requisiti richiesti dalla normativa vigente per la qualifica di un residuo di produzione come sottoprodotto anziché come rifiuto.

Resta inteso, peraltro, che la qualifica di sottoprodotto non potrà mai essere acquisita in un tempo successivo alla generazione del residuo, non potendo un materiale inizialmente qualificato come rifiuto poi divenire sottoprodotto. Il possesso dei requisiti deve sussistere, dunque, sin dal momento in cui il residuo viene generato.

Ai sensi dell’articolo 184 -bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, i residui sono sottoprodotti e non rifiuti quando il produttore dimostra che, non essendo stati prodotti volontariamente e come obiettivo primario del ciclo produttivo, sono destinati ad essere utilizzati nello stesso o in un successivo processo, dal produttore medesimo o da parte di terzi.

In tali ipotesi è necessario dimostrare che sono soddisfatte tutte le seguenti condizioni:

  1. la sostanza o l’oggetto è originato da un processo di produzione, di cui costituisce parte integrante e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto;
  2. è certo l’utilizzo della sostanza o dell’oggetto nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione da parte del produttore o di terzi;
  3. la sostanza o l’oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale;
  • l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l’oggetto soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o la salute umana.

Nella fattispecie, gli strumenti probatori indicati dal decreto sono la documentazione contrattuale e la scheda tecnica.

La prima contribuisce soprattutto alla dimostrazione della sussistenza del requisito della certezza dell’utilizzo, mentre, una adeguata compilazione della scheda tecnica – peraltro non obbligatoria, ma facoltativa, consente agli operatori di fornire la dimostrazione della sussistenza di tutti i requisiti richiesti. La scheda tecnica rappresenta, dunque, un elemento di ausilio sotto il profilo probatorio per coloro che intendano avvalersi delle procedure previste dal Regolamento. La scheda tecnica nel suo complesso quadro informativo deve necessariamente riportare le seguenti informazioni:

  • Numero di riferimento
  • Data di emissione
  • Anagrafica del produttore
  • Denominazione sociale – CF/P.IVA;
  • Indirizzo della sede legale e della sede operativa impianto di produzione
  • Descrizione e caratteristiche del processo di produzione
  • Indicazione dei materiali in uscita dal processo di produzione (prodotti, residui e rifiuti)
  • Tipologia e caratteristiche del sottoprodotto e modalità di produzione
  • Conformità del sottoprodotto rispetto all’impiego previsto
  • Tipologia di attività o impianti di utilizzo idonei ad utilizzare il residuo;
  • Impianto o attività o di destinazione
  • Tempi e modalità di deposito e movimentazione
  • Modalità di raccolta e deposito del sottoprodotto
  • Indicazione del luogo e delle caratteristiche del deposito e di eventuali depositi intermedi
  • Tempo massimo previsto per il deposito a partire dalla produzione fino all’impiego definitivo
  • Dichiarazione di conformità
  • Eventuali riferimenti normativi che disciplinano le caratteristiche di impiego del sottoprodotto

In riferimento al deposito del sottoprodotto va chiarito che la gestione e la movimentazione dello stesso, devono essere realizzate in modo da assicurare, oltre all’assenza di rischi ambientali o sanitari, il mantenimento delle caratteristiche del residuo necessarie a consentirne l’impiego. Per tali ragioni, deve essere sempre garantita la congruità delle tempistiche e delle modalità di gestione, che non devono incidere negativamente sulla qualità e funzionalità dei materiali medesimi ai fini dello specifico impiego previsto.

Se dovesse decorrere il tempo massimo di deposito indicato nella scheda tecnica per il deposito senza che la sostanza o l’oggetto sia stato utilizzato questi perderanno la qualifica di sottoprodotto e dal giorno successivo alla scadenza del termine massimo devono essere gestiti come rifiuti, oppure sarà necessario compilare una nuova scheda tecnica, nel caso in cui il residuo presenti ancora le caratteristiche per il reimpiego.

Altro tasto dolente della disciplina è l’applicazione dell’articolo 184-bis, comma 1, lett. c), del d.lgs. n. 152 del 2006, il quale indica, tra le condizioni necessarie per la qualifica di un residuo come sottoprodotto, che la sostanza o l’oggetto possa essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale.

Al riguardo, l’articolo 6 del Regolamento precisa che “non costituiscono normale pratica industriale i processi e le operazioni necessari per rendere le caratteristiche ambientali della sostanza o dell’oggetto idonee a soddisfare, per l’utilizzo specifico”.

In particolare è bene ricordare a tal proposito ciò che afferma la Guidance on the interpretation of key provisions of Directive 2008/98 della Commissione UE, ovvero il massimo grado interpretativo a livello europeo: “Sono consentiti quegli interventi che «nella catena del valore del sottoprodotto» risultano

«necessari per poter rendere il materiale riutilizzabile». La Commissione esemplifica così: il sottoprodotto

«… può essere lavato, seccato, raffinato od omogeneizzato», nonché «… dotato di caratteristiche particolari» con l’aggiunta di «… altre sostanze necessarie al riutilizzo…»”.

Il Regolamento, quindi, chiarisce, ulteriormente che «rientrano, in ogni caso, nella normale pratica industriale le attività e le operazioni che costituiscono parte integrante del ciclo di produzione del residuo, anche se progettate e realizzate allo specifico fine di rendere le caratteristiche ambientali o sanitarie della sostanza o dell’oggetto idonee a consentire e favorire, per l’utilizzo specifico.

Al fine della prova della riconducibilità dell’operazione alla “normale pratica industriale” l’operatore potrebbe dimostrare, a mero titolo di esempio che: – il trattamento non incide o non fa perdere al materiale la sua identità, le caratteristiche merceologiche, o la qualità ambientale, non determina un mutamento strutturale delle componenti chimico-fisiche della sostanza o una sua trasformazione radicale (Cass. pen., sent. n. 40109/2015 e Cass. pen., sent. n. 17453/2012).

Nel caso di trattamento nella “normale pratica industriale”, la dimostrazione del requisito potrà essere fornita riempendo adeguatamente il campo «Conformità del sottoprodotto rispetto all’impiego previsto» della scheda tecnica, indicando se il residuo necessita di un trattamento in vista dell’utilizzo, di quale trattamento si discorre e se l’attività di trattamento sia svolta direttamente, o mediante un intermediario, o presso l’utilizzatore.