MUD 2021

MUD: quest’anno dovrà essere presentato entro il 16 giugno 2021

Pubblicate in Gazzetta nuove regole per la compilazione

RIFIUTI

In base all’articolo 6 comma 2-bis della Legge 25 gennaio 1994 n.70 istitutiva del MUD, qualora si renda necessario apportare, nell’anno successivo a quello di riferimento, modifiche ed integrazioni al modello unico di dichiarazione ambientale, le predette modifiche ed integrazioni sono disposte con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri e, in tale ipotesi, il termine per la presentazione del modello è fissato in centoventi giorni a decorrere dalla data di pubblicazione del predetto decreto.

Sul Supplemento Ordinario n. 10 della Gazzetta Ufficiale di ieri, 16 febbraio 2021, è stato pubblicato il D.P.C.M 23 dicembre 2020, che approva il modello unico di dichiarazione ambientale per l’anno 2021; pertanto il termine di presentazione del MUD è fissato al 16 giugno 2021.

A cura dell’Ing. Antonio Mozzillo

Limiti temporali alla messa in riserva di rifiuti (R13) Facciamo chiarezza!!!

Riferimenti normativi:

  • M. 05/02/1998 e ss.mm.ii.
  • MATTM 1121 – circolare_21_01_2019_stoccaggi

 

 

L’attività di messa in riserva è definita dal Codice dell’Ambiente all’art. 183 aa) come uno stoccaggio di rifiuti propedeutico al recupero, nonché attività di recupero consistenti nelle operazioni di messa in riserva di rifiuti di cui al punto R13 dell’allegato C alla medesima parte IV”, ove la voce R13 così la definisce: “messa in riserva di rifiuti per sottoporli a una delle operazioni indicate nei punti da R1 a R12, escluso il deposito temporaneo prima della raccolta nel luogo in cui sono stati prodotti.”

Come tutte le attività di gestione dei rifiuti, anche lo stoccaggio è soggetto a un regime espressamente autorizzativo, nonché agli specifici adempimenti amministrativi di comunicazione al Catasto rifiuti e di annotazione sul registro di carico e scarico rifiuti ex artt.189 e 190 T.U.A.

Nella disciplina autorizzativa vigente, le operazioni di stoccaggio destinati a operazioni di recupero (messa in riservaR13) possono essere assoggettate alle procedure semplificate di recupero, di cui all’art. 216 T.U.A. e/o ad altri procedimenti ambientali quali ex art. 208, A.I.A, ecc.

Molto spesso, per questioni di natura economica e tecnica, un rifiuto preso in carico in impianto in modalità R13, necessita di tempi di permanenza più o meno lunghi al fine di essere inviato a trattamento presso apposite realtà autorizzate ed essere valorizzato al meglio sia dal punto di vista ambientale che economico; questo perché la natura commerciale del rifiuto è strettamente correlata al mercato economico di appartenenza.

Considerando gli impianti autorizzati con procedura semplificata, il D.M. 5 febbraio 1998, all’art. 6 richiama la messa in riserva come operazione sottoposta alle disposizioni di cui all’art. 33 del D.Lgs. n. 22/1997 (oggi art. 216 del D.Lgs. n. 152/2006).

Lo stesso D.M. 05/02/98 stabilisce anche i limite temporali della messa in riserva dei rifiuti che poi dovranno essere avviati alle altre operazioni di recupero. Un’indicazione, può essere fornita dall’ art. 6, commi 4, 5, 6 del

D.M. 5 febbraio 1998 “Messa in riserva”.

I rifiuti messi in riserva devono essere avviati ad operazioni di recupero entro un anno dalla data di ricezione. Qualora si tratti di rifiuti pericolosi, l’art. 4, comma 1, lettere c) del D.M. n. 161/2002 dispone: “i rifiuti devono essere sottoposti alle attività di recupero con cadenza almeno semestrale che può essere estesa di ulteriori due mesi qualora ricorrano  motivate  situazioni  tecniche  riguardanti  la  gestione dell’impianto delle quali deve essere data tempestiva notizia alla provincia.”

 

 

In merito agli impianti autorizzati con procedura ordinaria, l’art. 208, nulla si dispone in merito alla durata della messa in riserva dei rifiuti destinati ad operazioni di recupero, ma si rimanda a quanto definito nei decreti ministeriali esistenti.

La Circolare Ministeriale MATTM 1121 – circolare_21_01_2019 recante le “Linee guida per la gestione operativa degli stoccaggi negli impianti di gestione dei rifiuti” al paragrafo 6.1 (Modalità e accorgimenti operativi e gestionali) predispone l’opportunità che le autorizzazioni individuino, ai sensi dell’art. 208, comma 11, lett. c), del d.lgs. n. 152 del 2006, termini temporali massimi ragionevoli per le operazioni di stoccaggio nonché che le stesse rechino indicazioni sulla capacità massima di stoccaggio istantanea.

A tal riguardo, con riferimento alle tempistiche di stoccaggio dei rifiuti ed alla loro successiva destinazione, la stessa Circolare Ministeriale precisa che:

  • i rifiuti non pericolosi sui quali viene operata la messa in riserva (R13) vanno destinati ad impianti di recuperodi terzi preferibilmente entro sei (6) mesi dalla data di accettazione degli stessi nell’impianto. In ogni caso, pergli impianti in procedura semplificata ai sensi del M. 5 febbraio 1998 la messa in riserva di rifiuti non deve mai superare il termine massimo di dodici (12) mesi dalla data di accettazione nell’impianto; detto termine massimo può essere applicato in sede autorizzativa da parte delle autorità competenti anche agli impianti in procedura ordinaria o AIA;
  • i rifiuti pericolosi sui quali viene operata la messa in riserva (R13), secondo le procedure semplificate di cui al D.M. n. 161/2002, devono essere avviati a recupero entro il termine massimo di sei (6) mesi dalla data di accettazione degli stessi nell’impianto; detto termine massimo può essere applicato in sede autorizzativa da parte delle autorità competenti anche agli impianti in procedura ordinaria o AIA;
  • i rifiuti sui quali viene operato il deposito preliminare (D15) devono essere avviati alle successive operazioni di smaltimento entro massimo dodici (12) mesi dalla data di accettazione degli stessi nell’impianto, in virtù di quanto indicato all’art. 2, comma 1, lett. g) del d.lgs. n. 36 del

Il quesito che rende difficile l’applicazione del limite temporale in fase di controllo da parte delle autorità è dovuto ad una carenza di natura giuridica, poiché la circolare ministeriale rappresenta una linea guida che per avere “forza legge” deve essere assorbita dai provvedimenti autorizzativi ambientali in fase di rilascio.

Infatti il termine adottato dalla Circolare Ministeriale (“opportunità”) lascia intendere che le autorità

competenti (Provincie e Regioni) laddove ritengano necessario adottino nelle proprie autorizzazioni termini temporali massimi ragionevoli inferiori a quelli previsti nei due Decreti Ministeriali.

Il che significa che in assenza di prescrizioni a riguardo nei titoli autorizzativi rilasciati, la cadenza temporale prevista resta quella disciplinata dai due Decreti Ministeriali (05-02-98 e 186).

 

A cura dell’Ing. Antonio Mozzillo

PROCEDURE SEMPLIFICATE IMPIANTO STOCCAGGIO E RECUPERO RIFIUTI FAQ – Domande Frequenti

– Quali sono i riferimenti di legge riguardo le ‘procedure semplificate’?

o  D.Lgs. 03/04/2006 n. 152 artt. 214, 215 e 216, come modificato dal D.Lgs. 16/01/2008 n. 4.

–  Dove sono contenute le norme tecniche da rispettare per chi opera in ‘procedura semplificata’

  • Le norme tecniche sono contenute nel D.M. 05.02.1998 e nel D.M. 186 del 04.2006.

–  A chi richiedere il Certificato di Classificazione di Industria Insalubre? E qual è l’iter burocratico?

  • Presentare la richiesta al Comune dove si trova l’impianto.
  • Il comune trasmette pratica all’ASL di competenza che esprime proprio parere e classifica l’azienda come Industria
  • La Provincia, nelle more del rilascio del Certificato da parte dei Comuni, prescrive nel Decreto autorizzativo la trasmissione di detto Certificato entro il termine di 180 giorni, fermo restando l’acquisizione di una dichiarazione di atto notorio da parte della Ditta attestante l’iter della

–  E’ sempre necessario presentare il Certificato di Destinazione urbanistica e il Permesso a costruire?

  • Se nel certificato di agibilità viene richiamata la Destinazione urbanistica e il Permesso a costruire.
  • Se l’agibilità si autocertifica ai sensi dell’artt. 24 e 25 del D.P.R. 380/2001 (silenzio – assenso).

–  Per quali impianti bisogna presentare la dichiarazione di Conformità ai sensi del D.P.R. 380 del 2001?

  • Per l’impianto elettrico; i macchinari;

–  E’ importante specificare nella comunicazione di inizio attività quali operazioni di recupero la Ditta intende effettuare?     E qual è la potenzialità dell’impianto?

  • Specificare sempre se la Ditta intende effettuare solo l’operazione di Messa in riserva (R13) o anche quella di Recupero e specificare quale (R1, R2 ….R9);
  • Specificare la potenzialità dell’impianto, tenendo conto che deve essere sempre superiore al totale delle quantità di rifiuti richiesti. Le quantità di rifiuti da trattare devono avere, in ogni momento, un rapporto di 1mc/4mq rispetto alla superficie dell’impianto.

–  Il Certificato della Camera di Commercio deve essere in originale?

  • Deve riportare la dicitura di non fallimento e l’antimafia.

–  A chi richiedere l’autorizzazione alle emissioni in atmosfera?

  • Alla Giunta Regionale della Campania – Settore Ambiente
  • Se l’attività dell’azienda produce emissioni scarsamente rilevanti, basta presentare una comunicazione di inizio attività con emissioni scarsamente rilevanti ai sensi dell’art. 272 del D. Lgs. 152/2006. La Regione formulerà la ’presa d’atto’ di tale comunicazione, a cui seguiranno gli accertamenti da parte degli Enti preposti al controllo. Se l’attività invece ricade negli allegati all’art. 269 del D. Lgs. 152/2006 si presenta una richiesta di autorizzazione alleemissioni in A seguito di tale richiesta la Regione convocherà una Conferenza di Servizi con gli Enti competenti in materia al fine di esprimere il parere su tale attività.

–  A chi richiedere l’autorizzazione agli scarichi delle acque reflue?

  • All’Ente gestore Idrico Campano
  • Se la Ditta è provvista di vasche a tenuta a svuotamento periodico, non necessita di autorizzazione agli scarichi.

–  Quando è necessario il Certificato Prevenzione Incendi C.P.I.?

  • Per le attività che ricadono nel D.P.R. 151/2011.

–  Quando si deve consegnare il Documento di Valutazione Rischi (D.V.R.)?

  • Entro 90 giorni dall’inizio dell’attività.

–  Che cosa è necessario scrivere nella relazione tecnica?

 

 

  • La descrizione dettagliata dell’impianto, comprensiva di dati tecnici quali ampiezza delle aree, destinazione delle aree,viabilità, modalità di gestione e stoccaggio, norme procedurali di settore, , la spiegazione del lay-out lavorativo in tutte le sue fasi lavorative.

–  Quali elementi bisogna inserire nella Rappresentazione grafica dell’impianto?

  • La Rappresentazione grafica dell’impianto deve corrisponde allo stato reale dei luoghi sia per quanto attiene gli edifici, p.es. ingresso, uffici, vie carrabili, ecc. sia per quanto concerne l’ubicazione dei macchinari, l’individuazione delle zone di conferimento rifiuti, di Messa in riserva, di stoccaggio materie prime, ecc. Nel grafico devono essere inserite le tipologie di rifiuti da trattare e le aree dove avvengono le operazioni di

 

Ing. Antonio Mozzillo

Valutazione di Impatto Ambientale e procedura di screening V.I.A Alla ricerca di una stabilità procedurale “MODIFICHE A PROGETTI ESISTENTI”

Riferimenti normativi:

  • Lgs. 104 del 2017
  • Risposta del Ministero dell’Ambiente ai quesiti della Commissione europea del 21 maggio 2015
  • punto 8, lettera t) dell’Allegato IV alla Parte Seconda del D. Lgs. 152/2006 

    Con il presente articolo si propone un’analisi della normativa in materia di screening e valutazioni ambientali in campo europeo, nazionale e regionale, come risultante dalla riforma apportata dal D. Lgs. 104 del 2017, anche alla luce delle recenti Linee guida Ci si sofferma sul problema pratico della necessità di sottoporre nuovamente a screening regionale una modifica di un impianto, in forza della legge nazionale e regionale.Esistono casi in cui impianti già sottoposti a valutazioni ambientali concluse con provvedimento finale (Valutazione impatto ambientale e/o provvedimento di esclusione a VIA), necessitano di apportare delle variante al progetto valutato.

    Le modifiche di progetti esistenti sono individuate espressamente al punto 8, lettera t) dell’Allegato IV alla Parte Seconda del D. Lgs. 152/2006, che, trasponendo letteralmente il punto 13.a dell’Allegato II alla direttiva VIA, contempla le “modifiche o estensioni di progetti di cui all’allegato III o all’allegato IV già’ autorizzati, realizzati o in fase di realizzazione, che possono avere notevoli ripercussioni negative sull’ambiente (modifica o estensione non inclusa nell’allegato III)”. Questa definizione molto concisa nei termini ma molto astratta dal punto di vista pratico-operativo, pone una grossa problematica di gestione delle istanze.

    Molto spesso, “la sottoposizione a nuovo screening V.I.A., rappresenta una scelta di cautela dell’autorità amministrativa, spesso non adeguatamente motivata in relazione a fattori carenti di oggettiva pericolosità rivenienti dagli indici di cui all’Allegato V al Codice ambientale.

    La Valutazione preliminare, è riservata a progetti considerati ex ante dal Legislatore di “minore impatto” (quelli elencati negli Allegati II-bis e IV al Codice dell’Ambiente), per i quali si giustifica una procedura accelerata nelle tempistiche, ma non nell’istruttoria. A dirla tutta, “lo screening, dunque, data la sua complessità e l’autonomia riconosciutagli dallo stesso Codice ambientale che all’art. 20 (e, più di recente, all’art. art. 9, d.lgs. del 16 giugno 2017, n. 104) ne disciplina lo svolgimento, è esso stesso una procedura di valutazione di impatto ambientale”.

    In giurisprudenza, infatti, si è osservato che “a seguito della riproposizione del progetto nuovamente a screening V.I.A., si apre una nuova fase, su iniziativa della parte interessata, con evidente aggravamento procedimentale. Essa richiede l’elaborazione di una serie di documenti, con costi a carico della richiedente ed impiego di tempo, con conseguente differimento della realizzazione e messa in opera dell’impianto, anche ove la procedura si dovesse chiudere con esito positivo. Ciò sicuramente determina un pregiudizio per l’interessata, la quale può fa valere l’interesse legittimo alla corretta applicazione dell’art. 20 del d.lgs. n. 152/2006 e dei principi che regolano l’azione amministrativa ed alla correlata ritenuta non necessità di sottoposizione del progetto a V.I.A.” (così,TAR Roma sent. 6 aprile 2016, n. 4177 confermata da Cons. Stato, sent. 15 gennaio 2018, n. 191).

    Si consideri un caso esempio di un impianto di recupero rifiuti soggetto ad una categoria progettuale (“categoria di cui al comma 7 lettera z.b dell’allegato IV alla parte II del D.Lgs. 152/06 ss.mm.ii,) per cui si è attivato e concluso il procedimento di screening Via con parere di esclusione e immagiamo che la stessa azienda in un secondo momento intende apportare una modifica al progetto consistente in un inserimento di un codice cer di altra tipologia rispetto alquadro esercente (tipologia pericoloso) relativamente alla sola messa in riserva R13. Ecco, in questo caso ci troveremo dinnanzi ad una situazione di difficile interpretazione normativa. Quale procedura attivare? Rifare lo screening VIA e poi effettuare la variante ai sensi del DPR59/2013 e/o art. 208???

    In via cautelativa si tende a riassoggettare a nuova procedura di screening il progetto, mentre da un attenta analisidel punto 8, lettera t) dell’Allegato IV alla Parte Seconda del D. Lgs. 152/2006 basterebbe effettuare una valutazionepreliminare con chek di controllo (pre-screening) in cui il proponente asseveri l’assenza di notevoli ripercussioni negative sull’ambiente.

    Ai fini dell’applicazione di tale disposizione ad opere o interventi originariamente già sottoposti a verifica di assoggettabilità alla VIA o alla VIA, potrebbero ritenersi modifiche o estensioni che possono avere notevoli ripercussioni negative sull’ambiente (di seguito semplicemente modifiche o estensioni) quelle per le quali è verificata una o più delle seguenti condizioni:

    • Ampliamento delle superfici delle strutture edilizie interne o esterne al perimetro dell’impianto, oltre la soglia del 10%;
    • Ampliamento o riduzione della intera superficie sulla quale insiste l’impianto, oltre la soglia
    • del 10%;
    • Aumento dei quantitativi di rifiuti in ingresso, oltre la soglia del 10%;
    • Aumento del numero dei codici CER , oltre la soglia del 10%;
    • Variazione del ciclo produttivo con modifica delle operazioni di smaltimento o di recupero rispetto a quelle già autorizzate, così come definite dagli Allegati B e C della parte IV del D.Lgs. 152/2006 e m.i;
    • La sostituzione di codici di rifiuti non pericolosi con rifiuti pericolosi
    • La miscelazione di rifiuti di cui al comma 2 dell’art. 187 del D.Lgs. 152/2006 e smi
    • La integrazione o la sostituzione di codici di rifiuti che sono regolamentati dalle seguenti norme di settore:
    • Rifiuti elettrici ed elettronici ( D.Lgs. 151/2005)
    • Rifiuti sanitari ( D.P.R. n. 254/2003)
    • Veicoli fuori uso ( D.Lgs. 209/2003)
    • Recupero dei rifiuti dei beni e prodotti contenenti amianto ( D.Lgs. 248/2004)
  • Oli usati ( D.Lgs. 95/92)
  • Cambiamento della localizzazione;
  • Cambiamento di tecnologia qualora questo non determini la riduzione o il mantenimento degli impatti preesistenti;
  • Modifiche a impianti produttivi che comportino un aumento della produzione (intesa come media annuale calcolata sugli ultimi tre anni) superiore al 30%;
  • Modifica tale da comportare un incremento massimo dei fattori di impatto caratteristici del progetto:
  • fabbisogno di materie prime 30%;
  • fabbisogno di acqua 20%;
  • fabbisogno di energia 20%;
  • produzione di rifiuti 20%;
  • emissioni atmosferiche 10%;
  • emissioni di rumori 50% del valore differenziale acustico notturno e diurno di cui alla legge quadro 447/95;
  • scarichi idrici 20%;
  • emissioni termiche 10%;
  • emissioni di vibrazioni 20%
  • emissioni di radiazioni 20%
  • traffico generato dall’intervento 30%
  • materiali pericolosi usati, immagazzinati o prodotti sul sito 20%;
  • rischio di incidenti rilevanti, quando intervengono modifiche che fanno rientrare l’azienda o l’impianto nel campo di applicazione della direttiva 2003/105/CE “Seveso III”.

E ovvio considerare che nel caso di modifiche o estensioni realizzate in più fasi, si ritiene necessaria una nuova valutazione allorché con l’ennesima modifica o estensione si determini il superamento delle soglie sopraindicate rispetto al progetto originariamente autorizzato.

Occorrerebbe una chiara regolarizzazione della disciplina, onde evitare l’attivazione di procedimenti senza una chiara identificazione degli impatti generati dalla modifica apportata.

Questo eviterebbe da un lato, un eccessivo carico di procedimenti amministrativi ambientali da espletarsi a carico dell’amministrazione e degli uffici competenti e dall’altro lato eviterebbe oneri e tempi eccessivi di realizzazioni di opere e modifiche apportate dal gestore/committente con evidente riduzione dei costi.

A cura dell’Ing. Antonio Mozzillo

 

Giornata Mondiale dell’Educazione

Il mese di Ottobre è il mese dedicato all’educazione sulla tutela ambientale.

In particolare in questo mese ricorre la “Giornata Mondiale dell’Educazione Ambientale” in data 14 ottobre. L’obiettivo di tale ricorrenza? Sempre lo stesso! C’è bisogno di diffondere maggiore consapevolezza e conoscenza sui rischi che la natura sta correndo a causa dei comportamenti sbagliati dell’uomo.Sentiamo parlare da tempo di quanto sia importante invertire la tendenza dell’attività umana ed industriale al fine di poter salvaguardare il pianeta. Molte le iniziative messe in campo ma non ci rimane molto tempo.
È necessario che tutti capiscano e conoscano che anche un fazzoletto gettato a terra, uno scontrino che non serve più o la carta della caramella, sono una piccola goccia in un mare di spazzatura che ormai ci sta sommergendo.
A pagarne le spese più alte sono gli esseri viventi indifesi contro tale barbarie: la flora e la fauna, in particolare ai circoli polari ma anche molte specie che fino ad oggi hanno convissuto fianco a fianco con l’uomo sono ormai a rischio estinzione.
La Giornata Mondiale sull’Educazione Ambientale è stata proclamata in Canada, nella città di Vancouver tre anni fa, nel 2017, in occasione dell’anniversario della storica conferenza dell’Onu in Georgia (Tbilisi nell’Ottobre del 1977).
Tale ricorrenza è stata indicata dal W.E.E.C. acronimo di World Environmental Education Congress ovvero il congresso internazionale incaricato di farsi portavoce di tutte le nuove strategie, educazionali, da mettere in campo per diffondere uno stile di vita sostenibile tra la popolazione a livello globale.
Tale evento dunque rappresenta un vero e proprio punto di riferimento, ma anche di svolta, per chi fa parte del settore ambientale, presentandosi come una reale opportunità per conoscere tutte le novità introdotte da tale materia e dalle tecnologie eco sostenibili.
Inoltre è sicuramente un’occasione di interscambio di opinioni e di confronto tra persone ed esperti di tutte le nazionalità sulle nuove misure da mettere in campo ed implementare in diversi paesi.
La data simbolica scelta per avere un punto di riferimento per tutti, deve essere un monito, un lume nella mente dei governanti e delle istituzioni che dovrebbero essere rappresentanti dei buoni comportamenti che dovrebbero avere i cittadini di un paese.
Solo così l’opinione pubblica potrà essere “formata” ed “informata” di quanto realmente sta accadendo nel mondo che ci circonda.
La nostra società “dei consumi” che già ormai da 50 anni viene così definita, deve arrendersi di fronte ai soli interessi di lucro per adottare nuovi stili di vita più sani per l’ambiente e soprattutto nuovi modi di fare industria.
Molte persone tendono a pensare che l’ambiente sia solo quello naturale, un habitat riprodotto come in uno zoo, senza considerare che tutto quello che facciamo, produce inquinamento anche nelle nostre case. Un banale scarico nel lavandino, la scelta di detersivi aggressivi (che hanno come base prodotti acidi) ma anche in cucina, l’errore è dietro l’angolo.
Anche una banale frittura come si dice “all’italiana” può nascondere delle insidie. Infatti, non molti sanno che l’olio, una volta utilizzato per la frittura è un RIFIUTO con tanto di codice CER che lo definisce!
Il suo corretto smaltimento è un vero e proprio dovere per cittadino ormai tanto quanto la plastica, la carta ed il vetro.
Il suo recupero e riciclo è necessario ed è per questo che molte amministrazioni comunali si stanno muovendo nella direzione di implementare ed installare appositi contenitori per la raccolta.
Parlare dunque, di educazione alla tutela dell’ambiente vuol dire far entrare nella mente delle persone che il rispetto dell’ambiente è tale come quello per tutte gli altri aspetti della vita quotidiana.
La sfida è aperta per tutte le generazioni, dagli anziani ai bambini, tutti devono essere educati al rispetto per la natura, nessuno escluso. Chiunque sente il bisogno ed il dovere di intervenire può e deve farlo, sia nella famiglia che in tutti gli altri aspetti della vita quotidiana degli uomini.In questo periodo storico c’è ancora maggior bisogno di intervenire per proteggere la natura, nel rispetto delle regole e della vita stessa.

#ReuseTheRefuse

Martina Astone